Acqua e governance, le aggregazioni contro la frammentazione

Nonostante i termini perentori fissati nel 2014 dal decreto Sblocca Italia per la delimitazione degli Ambiti territoriali ottimali (Ato) e la definizione dei relativi Enti di governo (Ega), il riordino della governance nel settore dell’idrico è ancora “in fieri”. Parte da qui l’analisi contenuta nell’ultimo contributo del Laboratorio Spl di Ref Ricerche, che fotografa lo stato dell’arte del riassetto della governance nel Paese.
In base allo studio, sebbene tutte le Regioni abbiano provveduto a individuare gli Ato e i relativi Ega (che nella maggior parte dei casi risultano costituiti e operativi), criticità permangono in Abruzzo, Campania, Molise e Calabria. Quest’ultima si è trovata, sottolinea l’analisi, in uno “stallo politico” dovuto alla mancanza di una “visione unitaria e condivisa sull’organizzazione e sulla forma di gestione della servizio idrico integrato” in grado di anteporre agli interessi politici “le ragioni di una gestione industriale”. A livello nazionale, scorrendo la mappa della Penisola, sono quattro gli Ato in cui gli Ega non risultano operativi (uno in Abruzzo e due in Sicilia) mentre in due Ambiti (Calabria e Molise) non si è ancora perfezionata l’adesione degli Enti locali (i Comuni) agli Enti gestori. Infine, in dieci Ato non è avvenuto l’affidamento al gestore unico come previsto dalla normativa nazionale.

Su 94 bacini sono solo 59 quelli affidati a gestori unici. A complicare la situazione, inoltre, al 31 dicembre 2017 sono 360 le gestioni cessate ex lege (l’anno precedente erano 506) che continuano ad esercitare il servizio in violazione della normativa nazionale: il numero maggiore è in Lombardia (111), seguita a stretto giro dal Lazio (108). I dati, sottolinea però lo studio, potrebbero essere sottostimati data la mancata ricognizione da parte di alcuni Ega.
Una via d’uscita da questa impasse, suggerisce Ref Ricerche, potrebbe arrivare da processi di aggregazione e fusione tra più gestori. Si tratta di un fenomeno che sta interessando prevalentemente il nord-est del Paese, Veneto e Friuli Venezia Giulia in primis, ma che si sta pian piano estendendo anche ad altre Regioni.
Le criticità sottolineate nello studio, spiegano gli analisti, sono le stesse evidenziate dal Regolatore nazionale nelle sue Relazioni sul settore e rischiano di andare a discapito di uno sviluppo industriale del comparto idrico, aggravando ancora di più il divario tra diverse aree del Paese. “In particolare, l’attività di regolazione demandata a livello locale – concludono i ricercatori – risulta minata soprattutto laddove gli Enti di governo d’ambito non sono ancora operativi, con ripercussioni sulla corretta adozione a livello territoriale delle scelte di programmazione e gestione del servizio idrico integrato”.

Fonte: Utilitalia link

 

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