CRONACHE DA PIÙ CON MENO: TIRIAMO LE SOMME A CURA DI ANTONIO CASTAGNA – ULTIMA PUNTATA

Il 29 maggio abbiamo festeggiato la conclusione del progetto “Più con Meno”. Ogni scuola, per l’occasione, ha proposto e realizzato dei laboratori aperti agli allievi delle altre scuole, giusto per favorire l’incontro e mostrare in concreto le competenze attivate in questi mesi di lavoro. È stata anche un’occasione per fare un primo bilancio dei risultati. L’aspettativa, infatti, è che i risparmi di materia, acqua ed energia, siano reali e misurabili. Questi primi bilanci sono molto approssimativi, infatti il progetto si è appena concluso e non siamo in grado di dire quale sarà l’andamento dei consumi a regime. Tuttavia, possiamo già fornire le prime indicazioni. Inoltre, il seminario del pomeriggio, ha consentito di fare un ragionamento più ampio, sulla possibilità di valorizzare metodo di lavoro e approccio in un’ottica più ampia.

Ci sono esempi, come quello dell’Opera Barelli di Levico che in soli 5 mesi è riuscita a risparmiare circa 2.000 € grazie alla modifica nella gestione dei rifiuti che ora coinvolge e responsabilizza anche gli allievi. Oppure, ci sono casi, come quello dell’ASIF Chimelli, che cambierà i corpi illuminanti solo in estate. Il risparmio di 2.500 € l’anno è dunque previsto a partire dai prossimi mesi. O ancora, la Coop Amica, che gestisce gli asili N.E.MO che ha realizzato un kit per i bambini del nido: bavaglini, tovagliette, grembiuli, utilizzando esclusivamente vecchi tessuti messi a disposizione dai genitori stessi e da una casa di riposo. La cooperativa non è ancora in grado di quantificare quanta materia risparmieranno. Sanno però che nei loro 3 nidi, da ora in poi, 45 bambini non useranno più alcun kit nuovo di zecca acquistato in negozio, ma solo quelli realizzati dalla stilista Giada Cicala e che in questi pochi giorni hanno già ricevuto diversi ordini da privati. L’Istituto comprensivo Garbari di Pergine e l’Istituto comprensivo Don Tarter di Baselga, al momento hanno raggiunto risultati meno eclatanti. Nei mesi di marzo e aprile hanno ridotto gli svuotamenti di secco residuo risparmiando circa 100 € ciascuno. Ma bisognerà monitorare se l’efficacia della loro azione non sia pregiudicata da altri fattori. Nei prossimi mesi monitoreremo l’andamento insieme a Dirigenti e insegnanti.

Infine, l’Istituto alberghiero di Levico, mostra di aver significativamente ridotto la produzione dei rifiuti. Siamo a un risparmio di circa 600 € considerando i mesi di febbraio, marzo e aprile. Ha attivato un orto, dove utilizza il compost realizzato con i rifiuti della propria cucina e, insomma, pare avviato ad ottenere il risultato previsto.

L’efficacia del lavoro svolto non è misurabile però solo con i numeri. Infatti, alcuni degli effetti del progetto riguardano la didattica, la responsabilizzazione degli allievi, la formazione degli insegnanti.

Facciamo a proposito solo due esempi che ci sono apparsi subito significativi: la scuola per l’infanzia Asif Chimelli che è andata in visita a Reggio Children, dove le insegnanti hanno appreso il metodo dell’Atelier. Grazie a questo metodo, che propone laboratori esperenziali anche nell’apprendimento di conoscenze complesse, come la fisica e la chimica, le insegnanti della sezione di Roncogno, hanno realizzato laboratori ed esperimenti scientifici con i propri allievi che, lo ricordiamo, hanno dai 3 ai 5 anni. Una delle maestre che ho incontrato il 29 mattina era incerta se proporre gli stessi esperimenti che realizza a scuola anche ai ragazzi delle medie inferiori, temeva che li trovassero banali. E invece ha scoperto che nessuno degli allievi delle medie sapeva come funziona un periscopio né conosceva la distinzione tra un corpo traslucido e uno opaco. A dire la verità mentre parlava speravo non lo chiedesse a me, che pure ho fatto il liceo scientifico.

La differenza profonda è, probabilmente, tra chi magari ha sentito raccontare come funziona un periscopio e chi è capace di costruirlo e farlo funzionare. Ho molta invidia degli alunni dell’ASIF Chimelli, l’importanza di quello che fanno negli atelier è sintetizzabile con l’episodio che ho raccontato.

Un altro esempio è quello della coop Amica, che ha messo in piedi una filiera per produrre i kit, che coinvolge una stilista, un centro per anziani, trasformato in fornitore di stoffe dismesse, e una cooperativa sociale dove gli utenti producono materialmente i kit. Oltre al valore ambientale qui, mi pare ci sia la capacità di pensare un nido in relazione con altri soggetti presenti su un territorio. Generare una filiera, per quanto contenuta, significa ripensare il proprio posto e la propria relazione con gli altri.

Sui risvolti formativi e su quanto anche noi, che lo abbiamo promosso, abbiamo appreso realizzando un progetto come “Più con Meno”, abbiamo ragionato soprattutto nel pomeriggio in una tavola rotonda che ha coinvolto dirigenti di diverse società che in provincia di Trento producono energia o raccolgono rifiuti, alcuni sindaci della Valsugana, funzionari provinciali che si occupano di depurazione delle acque e rifiuti, dirigenti scolastici, insegnanti, esperti di educazione ambientale.

Alcuni aspetti sembrano particolarmente rilevanti e da valorizzare in futuro: “Più con Meno” ha attivato le scuole su progetti concreti e misurabili, puntando sulla fiducia che dirigenti, insegnanti e allievi, siano in grado di organizzarsi autonomamente per ottenere risultati che sembravano difficili da raggiungere. Il tema della fiducia è decisivo. Significa accettare di correre dei rischi, ad esempio che le realizzazioni e dunque gli effetti sui risparmi, siano inferiori alle aspettative. E significa ridurre tali rischi grazie a un continuo lavoro di accompagnamento che non deve mai dare l’idea del controllo, altrimenti verrebbe contraddetta l’affermazione secondo la quale dirigenti, insegnanti e allievi sono autonomi e in grado di far da sé.

Diversi insegnanti che sono intervenuti nel pomeriggio del 29 maggio, alcuni dei quali provenienti da altre zone del Trentino, hanno sottolineato come fare educazione ambientale significhi soprattutto realizzare esperienze che siano trasversali alle materie e capaci di attivare la collaborazione tra insegnanti diversi. Se parliamo di cibo, ha detto ad esempio uno di loro facendo riferimento all’intervento della dott.ssa Boni, parliamo di coltivazione, parliamo di trasporti e logistica, parliamo di biologia e chimica, parliamo di salute. Inscatolare tutto questo in una materia separata e specialistica, significa negare lo stesso significato della parola ambiente, che è, per usare l’espressione della professoressa Alaimo, “il sistema di relazioni in cui siamo implicati, da cui siamo influenzati e che, con la nostra azione, influenziamo. L’educazione ambientale – ha proseguito la professoressa Alaimo – riguarda il nostro rapporto con il mondo che costruiamo attraverso i nostri comportamenti e la nostra capacità di connettere fenomeni apparentemente lontani”.

Ecco, questa cosa del rapporto con il mondo è un altro tema che è emerso. Siamo abituati a sentire discorsi sull’ambiente pieni di retorica. In alternativa si parla di sostenibilità citando prodotti che consumano meno di altri prodotti, come se consumare meno fosse di per sé sufficiente. La questione andrebbe affrontata con la brutalità del matematico-economista Georgescu-Roegen, il quale a chi gli faceva notare che in natura nulla si crea, nulla si distrugge, replicava con il secondo principio della termodinamica, quello dell’entropia, e cioè della degenerazione dell’energia e, aggiungeva Roegen, della materia. Messa così, l’ambientalismo applicato ai prodotti di consumo fa un poco sorridere, perché quei prodotti più sostenibili, bisogna comunque produrli, usando materia ed energia. Un edificio che per riscaldarsi ha bisogno di meno gasolio o gas rispetto a un altro, ha comunque bisogno di energia, e i materiali con cui è realizzato, sono comunque deperibili, così come un condizionatore d’aria che consumi meno di un altro.

Ma questo è molto difficile da essere elaborato per un consumatore. Il consumatore ha le sue risposte in ciò che acquista. Il suo rapporto è con l’oggetto: beni di prima necessità, identità, divertimento, socialità. Il consumatore non può essere sostenibile.

Vuol dire che la sostenibilità ha a che fare con il generare nuove relazioni tra le cose e tra le persone, non con le scelte di consumo, ma, appunto, con la scelta rispetto a come stare al mondo. Il cambiamento dunque non è semplicemente nella scelta del nuovo gadget o bene di consumo, ma nell’interrelazione complessa tra noi individui in una collettività e i beni di consumo che utilizziamo. Questo secondo me si vede bene dal lavoro fatto all’Armida Barelli. Quelli che hanno risparmiato 2000 euro sulla tariffa dei rifiuti in soli 5 mesi. Ci sono riusciti non solo perché hanno acquistato i nuovi contenitori disposti in ogni classe, ma soprattutto perché ora sono gli allievi della scuola che li vanno a svuotare, controllando che la raccolta sia ben fatta. Ciò che è cambiato, soprattutto, sono le relazioni interne, l’organizzazione, la divisione delle responsabilità.

L’essere umano è abituato a sfidare i vincoli e a superarli. Ha inventato il fuoco, imparato a cucinare e dunque ha esternalizzato il processo digestivo. Questo ha significato recuperare tempo utilizzando una fonte energetica esterna. Abbiamo imparato che ogni volta che troviamo una fonte esterna che soggettivamente ci rende più facile la vita, quella è la scelta giusta che ci aiuta a superare dei vincoli che sono dati dalle nostre limitate capacità e dall’ambiente intorno a noi. Pensare e agire in modo sostenibile vuol dire allora pensare e agire nel mondo in modo radicalmente differente rispetto a quello che la storia ci ha insegnato a fare; altrimenti noi continueremo a immaginare che sfida dopo sfida tutti i vincoli li superiamo. Per queste ragioni siamo irresistibilmente attratti dai gadget che ci rendono più facile la vita: il fuoco, la ruota, il computer. Tutto questo ha delle ricadute anche da un punto di vista operativo.

Quando le società che fanno la raccolta dei rifiuti insistono a dire che solo il costo del servizio può essere la leva per modificare le abitudini, hanno solo parzialmente ragione. Infatti, molti cittadini si lamentano di pagare troppo l’energia e i rifiuti e dichiarano che quando possono spengono i termosifoni, acquistano prodotti con meno imballaggi, buttano via il meno possibile. Ma per ognuno il concetto di possibile è diverso. Quindi oltre al vincolo rappresentato dal costo di un bene, è necessario confrontarsi con le connessioni più ampie tra i vari aspetti, riconoscerle.

Quanti, ad esempio, sanno che la sensazione di freddo è data più dalla velocità con cui disperdiamo calore che dalla temperatura? Individuare comportamenti migliori significa dunque anche conoscenza delle informazioni, dei nessi causali, delle possibilità che il contesto ci offre. E cosa vuol dire, in quest’ottica, fornire un servizio al territorio? Spesso l’idea è che basti informare il cittadino su come debba comportarsi con i rifiuti, mentre il tema del rapporto con i consumi è estremamente più complesso. Quale può essere il ruolo delle aziende che si occupano di raccolta di rifiuti? Sono domande intorno a cui AMNU e STET, promotori del progetto “Più con Meno” stanno riflettendo.

Queste sono alcune delle riflessioni pomeridiane, i nessi tra un progetto che inizialmente aspirava a generare qualche buona pratica e poi, via via, ci ha portato a riflettere su questioni sempre più ampie.

Ora si apre un nuovo capitolo, quello delle riflessioni sul futuro. AMNU e STET vogliono andare avanti e altre società trentine sono interessate a partecipare. Ne parleremo. Ne riparleremo. E appena potrò vi aggiornerò. Per quanto mi riguarda il diario della prima edizione di “Più con Meno” si chiude qui. Per me è stato un piacere avere modo di raccontarlo mentre le cose accadevano. Grazie a chi mi ha ospitato e a chi ha avuto la pazienza di leggermi.

Antonio Castagna

(castagna.antonio@tin.it)

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