Lo scorso 7 settembre i Deputati e Senatori della Commissione Bicamerale Ecomafie hanno approvato all’unanimità, dopo quattro anni di lavoro, un’esauriente relazione su indumenti usati e rifiuti tessili. Centosessanta pagine che sono fondamentali per chiunque voglia inquadrare questo settore e comprenderne appieno le criticità. I media, ormai da diversi anni, danno ciclicamente risalto a scandali di ogni tipo legati alla raccolta stradale degli abiti usati. I contenitori gialli (che in alcuni casi sono verdi, grigi o celesti, il colore non importa…) stanno diventando sinonimo di infiltrazioni camorristiche, terra dei fuochi, solidarietà ingannevole. Ma quanto c’è di vero in queste cose terribili? Si tratta di singoli episodi o è l’intero sistema della raccolta stradale degli abiti usati ad essere malato?

La Commissione Ecomafie lo ha verificato organizzando un gran numero di audizioni e mediante un’attenta analisi di migliaia di pagine di atti giudiziari passati e recenti. Tra i portatori di interesse sono stati ascoltati ANCI, Utilitalia, CONAU, Rete ONU, Caritas Italiana, Confindustria Toscana Nord e Sistema Moda Italia. Questi enti hanno quasi unanimemente denunciato l’esistenza di illeciti diffusi nell’ambito della raccolta, recupero e smaltimento dei rifiuti tessili, riportando, tra le altre cose, l’esistenza di infiltrazioni della criminalità organizzata.

Tra gli illeciti più diffusi sono stati segnalati commercio al nero, delitti ambientali (soprattutto aggiramento degli obblighi di selezione e igienizzazione e smaltimenti illeciti in Italia e all’estero), il transfer mispricing, il traffico internazionale di rifiuti e le turbative d’asta. Per non parlare degli attentati e delle intimidazioni nei confronti degli operatori che non si allineano alle regole dettate dalla “cupola”. Nella ricostruzione delle più gravi vicende giudiziarie, la Commissione ha segnalato il coinvolgimento del settore non profit. Caritas Italiana, durante la sua audizione, ha spiegato di non avere il pieno controllo né del proprio logo (che a volte viene concesso su arbitraria iniziativa delle Curie locali) né delle filiere che nascono dalle raccolte dei cassonetti marchiati Caritas. A quanto si evince dagli atti i camorristi e i criminali si servono della buona reputazione delle cooperative sociali, delle quali sono clienti, per aggiudicarsi i flussi più ricchi di abiti usati. Le filiere criminali a volte hanno un’ottima apparenza. La camorra, in particolare, si caratterizza per disporre di impianti perfettamente autorizzati.

Di fronte a un quadro di tale gravità le valutazioni conclusive della Commissione sono necessariamente sconsolanti. “La presenza di realtà illecite strutturate nel settore della raccolta e recupero degli indumenti usati e dei rifiuti tessili è un fatto conclamato, che è stato dichiarato e descritto da operatori delle filiere nonché da autorità giudiziarie e polizie giudiziarie”, si legge nelle conclusioni. “L’attenzione della criminalità organizzata verso il potenziale di lucro dato dalla gestione degli indumenti usati sarebbe in crescita, anche in vista dei fondi PNRR e delle risorse che verranno allocate dai sistemi di responsabilità estesa del produttore. Nel settore si manifestano fenomeni di intimidazione, i delitti ambientali continuano a essere all’ordine del giorno a fronte di modalità cangianti e in continua evoluzione: alla tradizionale terra dei fuochi, costituita da roghi tossici nelle campagne campane, si stanno sostituendo l’accumulazione delle balle di indumenti in magazzini che poi vengono abbandonati e, sempre di più, la spedizione all’estero di frazioni mendacemente dichiarate come recuperabili che poi vengono illecitamente smaltite in Africa, Asia e America Latina. A dominare il settore sono esponenti e sodali di organizzazioni criminali che trovano il loro baricentro nell’asse Prato – Ercolano/Caserta e Tunisi, e che funzionano mediante un gran numero di “scatole cinesi” e aziende intermediarie. Il sistema trova comunque solidità perché innervato di operatori della raccolta e del recupero i quali, nonostante la sistematicità dei loro illeciti e il collegamento con i soggetti criminali, dispongono di tutte le autorizzazioni di legge. Il primo anello della filiera, che consente all’intera rete di approvvigionarsi dei vestiti usati e lucrare con essi, è talora costituito da cooperative sociali Onlus”.

Su questo fenomeno, estremamente complesso, la Commissione ha fornito una chiave di lettura: “Dall’analisi delle vicende giudiziarie più importanti risulta una tendenza di tali enti solidali, o caritatevoli, a mettere a disposizione degli operatori della raccolta la loro influenza o capacità di pressione nei confronti degli enti responsabili degli affidamenti e delle convenzioni, ottenendo come contropartita somme di denaro da utilizzare per progetti benefici. Se non prevenuti, questi commerci di influenze, oltre che evolvere in reati di traffico d’influenze, turbative d’asta, ecc.. rischiano di attrarre irrimediabilmente gli interessi criminali degli operatori che si trovano a valle della filiera. Un “effetto calamita” che sembra essere diretta conseguenza dell’alterazione dei criteri di selezione dei raccoglitori dei rifiuti tessili urbani, i quali vengono prescelti non in base alle garanzie offerte ai rappresentanti della collettività (in termini di efficienza, trasparenza della filiera, ecc.) ma in funzione del loro buon rapporto con gli enti solidali e caritatevoli”.

Utilitalia, riferisce la Commissione Ecomafie, ha redatto e pubblicato delle “Linee guida per l’affidamento della gestione dei rifiuti tessili” che offrono un approfondito pacchetto di criteri e soluzioni concrete per tutte le stazioni appaltanti che volessero garantire la perfetta liceità delle filiere degli indumenti usati che si alimentano dalle raccolte urbane. Ma questo tipo di proposte, sottolinea la Commissione “vanno inquadrate nella mutata prospettiva dell’attesa introduzione del regime di responsabilità estesa del produttore, in base ai quali le regole della filiera, la dinamica di mercato e i criteri di selezione degli operatori della raccolta e del recupero subiranno profonde e strutturali variazioni, ed è evidentemente in questa fase incipiente e di impostazione, che le organizzazioni criminali si giocano il loro ruolo negli scenari futuri. Il Ministero per la transizione ecologica, alla luce dell’esistenza di attività criminali evidenti, e non marginali, dovrebbe seriamente valutare l’opportunità, per quanto riguarda questo specifico settore, di non vincolare i produttori a coinvolgere nelle governance dei loro organismi collettivi gli operatori della raccolta e del recupero, e tanto meno in scenari dove essi si presentino unitariamente e in vaste reti, ossia in aggregati dove con ogni evidenza rischiano di riproporsi, e riprodursi, possibili leadership criminali”.

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Fonte: Leotron