Acqua, in crescita investimenti e qualità del servizio ai cittadini “Ma serve un piano per il Sud per colmare il gap infrastrutturale”

Presentato a Roma il Blue Book 2019, la monografia dei dati del Servizio idrico integrato promossa da Utilitalia, realizzata dalla Fondazione Utilitatis con la collaborazione di ISTAT.

Secondo il rapporto gli investimenti industriali crescono a 38,7 euro per abitante (24% in più rispetto al 2012 7% all’anno). Sulla spesa media mensile familiare l’acqua ha la più bassa incidenza (3,4%) rispetto ad altre utenze. Il gap infrastrutturale tra Nord e Sud si mantiene elevato. Nel Mezzogiorno le spese sono più alte, la percezione del servizio più scadente e la morosità è più elevata. Migliora la situazione delle multe dell’unione europea ma l’11% dei cittadini non è ancora raggiunto dal servizio di depurazione.

In Sintesi i principali dati del rapporto:

  • Nel 2018 in Italia la spesa media mensile familiare per consumi di beni e servizi è di 2.571 euro mensili: per la fornitura di acqua nell’abitazione ogni famiglia ha speso in media 14,65 euro (era di 14,69 nel 2017). I livelli medi di spesa più elevati si registrano nel Mezzogiorno (16,87 euro) e nel Centro (16,43); valori inferiori alla media si riscontrano invece nel Nord (12,41). Confrontando la spesa media mensile familiare per la fornitura d’acqua con quella di altri servizi utilizzati – canone tv, rifiuti, telefonia, energia e gas – si osserva che ha un’incidenza contenuta e rappresenta solo il 3,4% del totale.
  • Il Bonus Idrico 2019, la misura minima prevista introdotta dal 2018 in aiuto alle utenze in disagio economico e sociale, è stato stimato per un’utenza di tre componenti mediamente di circa 30€/anno. Il tema della difficoltà nel sostenimento della spesa è molto sentito, sia dalle utenze (il 4,6% delle famiglie ha dichiarato arretrati nel pagamento delle bollette) sia dai gestori, che specialmente nelle zone meridionali devono far fronte a mancati incassi del 14%.
  • Nel 2018 la percezione della qualità del servizio idrico risulta piuttosto elevata: le famiglie che sono allacciate alla rete idrica comunale (96% del totale), nell’84,6% dei casi, si ritengono molto o abbastanza soddisfatte. Le percentuali variano sensibilmente sul territorio: nel Nord le famiglie molto o abbastanza soddisfatte sono il 91,9%; nel Centro e nel Sud tale quota diminuisce di circa dieci punti, mentre nelle Isole scende al 67,0%. Soprattutto in queste ultime due aree geografiche, ci sono famiglie che si dichiarano poco o per niente soddisfatte.
  • Restano tuttavia aree del Paese in forte ritardo soprattutto nel Mezzogiorno, dove sono ancora numerose le gestioni comunali ‘in economia’: ciò si traduce in livelli di servizi e di investimenti non adeguati, creando iniquità fra diverse parti del Paese. Potenziare il sistema delle imprese idriche nel Mezzogiorno è la via obbligata per migliorare la qualità dei servizi, con importanti impatti sull’occupazione e l’indotto locale. È importante non perdere questo treno: serve un grande piano per il Sud che punti a far decollare l’infrastrutturazione e a garantire un servizio universale a cui tutti i cittadini, indipendentemente dal luogo di nascita, hanno diritto”.

Tra gli elementi critici le perdite di rete stimate nel 2016 che sono superiori al 42%, mentre il 60% delle infrastrutture è stato messo in posa oltre 30 anni fa (percentuale che sale al 70% nei grandi centri urbani); il 25% di queste supera i 50 anni (arrivando al 40% nei grandi centri urbani). Sono dovute in prevalenza alla vetustà delle reti e degli impianti.

L’incremento di investimento pro capite previsto per il biennio 2018 -2019   per la riduzione delle dispersioni idriche imposto dalla disciplina ARERA è di 6 €/ab, mentre per il miglioramento delle acque di scarico (con livelli di qualità più stringenti rispetto alla normativa vigente) è richiesto un sforzo aggiuntivo di 7,2 €/ab.

Gli interventi saranno sempre più correlati dall’esigenza di far fronte ai cambiamenti climatici e al manifestarsi di eventi naturali estremi: in tale direzione, il legislatore ha indirizzato dei primi passi, con fondi pubblici stanziati negli ultimi anni per importi superiori ai 2 miliardi di euro, di cui quasi la metà prevista negli ambiti del Piano Nazionale Invasi e del Piano Nazionale Acquedotti.

L’altra criticità  riguarda la depurazione delle acque reflue: circa l’11% dei cittadini, infatti, non è ancora raggiunto dal servizio di depurazione. La maggior parte di questi agglomerati sono concentrati nel Mezzogiorno e nelle Isole e si trovano in territori gestiti direttamente dagli enti locali e non attraverso affidamenti a gestori industriali. La conseguenza,  oltre ad incalcolabili danni per l’ambiente è nelle sanzioni europee comminate all’Italia, colpevole di ritardi nell’applicazione delle regole sul trattamento delle acque reflue.

Da questo punto di vista bisogna comunque segnalare una positiva evoluzione riguardo le  4 procedure  di infrazione  da parte della Commissione Europea che in gran parte sono in fase di risoluzione.

Sul versante degli affidamenti, il processo risulta ancora non concluso, specialmente con riferimento al Sud. In particolare, 13 bacini scontano situazioni di mancato/incompleto affidamento. Tali casi si concentrano nel Mezzogiorno (6 dei 9 ambiti siciliani, 4 dei cinque bacini campani, l’ambito regionale del Molise e l’ambito regionale della Calabria) e in una Regione del Nord (Valle d’Aosta). Nei territori caratterizzati da affidamenti non conformi emergono un’elevata frammentazione degli operatori e un considerevole numero di gestioni “in economia

Comunicato stampa Utilitalia   qui.

Fonte:  Utilitalia

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