Centri di Riuso e Preparazione per il Riutilizzo: l’equivoco dei due flussi – a cura di Lotron

Di Antonio Pergolizzi e Pietro Luppi

Sostenere che il migliore rifiuto è quello non prodotto è solo l’inizio di un ragionamento molto più complesso. Quando non operano in ottica di filiera i Centri di Riuso rischiano di ostacolare il massimo recupero. 

Sostenere che il migliore rifiuto è quello non prodotto è solo l’inizio di un ragionamento molto più complesso. Rischia infatti di rimanere solo uno slogan se non vengono messi completamente in discussione i processi produttivi, le logiche di commercio e le scelte di consumo. Se il rifiuto è il frutto di scelte, molteplici scelte, queste devono essere fatte in maniera ponderata e ragionata in una logica di sistema, cioè pienamente circolare. Non ci si deve mai fermare solo a un punto del ragionamento ma bisogna andare fino in fondo, considerando i meccanismi di feedback e le moltiplicazioni degli effetti a catena.

Ciò significa che se nella piramide dei rifiuti la prevenzione sta al vertice, affinché ciò abbia un senso pieno, anche in un’ottica economica, serve, innanzitutto, potenziare le catene del valore del riutilizzo già esistenti e allo stesso tempo fare in modo che anche da esse arrivino i feedback di mercato necessari per innovare gli stessi processi produttivi; questi ultimi infatti devono garantire una maggiore riutilizzabilità e riciclabilità di beni e materiali in output, puntando su ecodesign e valutazione delle scelte per ciclo di vita – misurando quindi i flussi di materia ed energia – nel tentativo di risparmiare risorse e sprechi. Una vera prevenzione si gioca sin dalla progettazione di beni, dalla loro fabbricazione e dalla scelta dei materiali e per fare questo servono politiche (industriali e pubbliche) lungimiranti. Sia il riuso che la preparazione per il riuso sono, insomma, ingranaggi dello stesso meccanismo, ingranaggi che per funzionare perfettamente devono muoversi in modo sincronizzato. Così com’è altrettanto fondamentale allargare lo sguardo fino al recupero di materia (e in subordine di energia) per i prodotti non più riusabili e/o che non è sostenibile riparare, avendo sempre in mente che lo smaltimento dovrebbe rappresentare solo l’estrema ratio. Sia PRISCA che le altre analisi economiche compiute da Occhio del Riciclone mostrano un fatto che per gli operatori del riutilizzo è assolutamente scontato: la scarsa fattibilità di mercato della riparazione. Con l’eccezione di alcuni grandi elettrodomestici (i cosiddetti Bianchi) e di volumi esigui di beni particolarmente pregiati, quasi mai è possibile incorporare nel prezzo di un bene usato il costo di un intervento di riparazione a regola d’arte. Il settore artigiano della riparazione, di fatto, funziona su logiche completamente diverse da quelle applicabili in un impianto di trattamento, logiche in cui il know how e il rispetto dei migliori standard di sicurezza della mano d’opera si ripercuotono sul prezzo finale del prodotto riparato, che rischia di avvicinarsi troppo al prezzo di listino di un apparecchio nuovo, se non addirittura destinato a superarlo. Fondamentali invece sono le economie di scala, il valore globale del flusso, la capacità di esporsi ai mercati nazionali e internazionali. Così come è altrettanto importante, come sistema paese, porsi quanto meno la domanda se, stante il valore socio-ambientale intrinseco alla riparazione (professionale, quindi di qualità e capace di rispettare i diritti dei lavoratori), non sia il caso di usare le leve economiche pubbliche per sostenere questa pratica. Come già detto, efficientare il mondo del riuso dovrebbe servire, prioritariamente, ad allungare la vita dei beni, anche ricontestualizzandoli, come sanno fare bene molti mercati e fiere di settore, anche con un certo seguito in fatto di glamour. Un vero riuso deve essere in grado di generare valore, non solo in senso ambientale, incanalando i flussi destinati al riuso verso filiere in grado di generare un mercato allargato, non solo di prossimità; un mercato in cui l’incentivo economico può rappresentare la miglior calamita verso la costruzione anche in questo caso di una catena del valore efficiente. Purtroppo, su questo fronte si sconta ancora la sostanziale assenza di politiche nazionali di lungo respiro, tanto che su questo tema le politiche ambientali locali si sono concentrate quasi esclusivamente sui Centri di Riuso e sulla base di una sorta di improvvisazione che solo in casi rari ha portato a un vero mercato. Gratuità e clausole sociali di vario tipo hanno rappresentato in molti casi ostacoli concreti alla re-immissione nel mercato dei beni intercettati nei centri di riuso, nonostante la domanda di mercato sia sempre in crescita. Per tale motivo serve efficientare il lato dell’offerta togliendo definitivamente il riuso dal cono di ambiguità in cui è stato relegato, quando si reputa che esso sia in grado solo di alimentare dinamiche sociali e volontaristiche, lasciando in secondo piano le potenzialità economiche. Al contrario, dal nostro angolo d’osservazione il riuso ha tutte le carte in regola per essere un driver interessante di creazione di valore economico in piena logica circolare. Il vertice della piramide contiene una dimensione economica che merita di essere esplorata fino in fondo.

In un contesto di sostanziale deregulation, negli ultimi anni c’è stata una discreta proliferazione di Centri di Riuso, basata sulla semplice e positiva presa di coscienza che smaltire o riciclare i beni in buone condizioni conferiti nei centri di raccolta sia uno spreco inaccettabile. Allo stesso tempo, però, questo proliferare dei centri del riuso ha in qualche modo consentito di evitare di affrontare seriamente il tema della regolazione in un’ottica di efficientamento, concretizzando il rischio che i centri, rimanendo nella sostanza a titolo gratuito, finissero per rimanere solo ad un livello embrionale, mancando la loro naturale trasformazione verso la costruzione di una vera catena del valore. Il risultato è stato quello di trasformarsi, spesso, in mere anticamere delle isole ecologiche/centri di raccolta, dove la scrematura dei beni immediatamente riutilizzabili ha nei fatti sottratto valore alla catena della preparazione del riutilizzo. In estrema sintesi, gratuità e improvvisazione rischiano soltanto di privare di valore quei flussi di beni riparabili e riutilizzabili che invece potrebbero andare a creare margini economici se incastonati in una filiera efficiente di preparazione per il riutilizzo e riciclo. Non sorprende, infatti, che solo raramente i centri di riuso riescano a rimanere aperti a tempo pieno, perché non riuscendo strutturalmente a dipendere dal mercato hanno bisogno dei finanziamenti degli enti pubblici (che in un sistema efficiente non sarebbero necessari, e che in ogni caso non sono sufficienti). Ebbene, nei casi in cui ai centri di riuso si impone la gratuità, i costi ricadono quasi per intero in capo agli enti locali e alle aziende di igiene urbane, in un contesto in cui il meccanismo delle “offerte libere” rischia di coprire almeno in parte il ricorso al lavoro nero e allo stesso commercio in nero. La verità che conoscono tutti è che la gratuità rischia di generare sommerso, che nella microscala non è preoccupante, ma su grande scala potrebbe essere disastroso.

La stessa scelta di posizionare i centri nel medesimo luogo dove si intercettano i rifiuti agevola una certa ambiguità, almeno se non si consentono attività di riparazione. Il decreto sul riutilizzo indicato dall’art.181 bis del testo ambientale (non ancora emanato nel momento in cui scriviamo) non dovrebbe focalizzarsi solo sui centri di riuso ma al contrario dovrebbe puntare a incentivare l’economia reale del riutilizzo, l’unica che fa realmente prevenzione, l’unica sulla quale si può efficacemente applicare il lemma che “il miglior rifiuto è quello che non viene prodotto”. In tal senso, il decreto sulla PPR in via di emanazione, invece, dovrebbe focalizzarsi sugli elementi tecnici necessari a costruire scenari di massimo recupero. Scenari nei quali non si riproducano le zone d’ombra che caratterizzano le filiere degli abiti usati, riuscendo al contrario ad affrontare anche il tema scivoloso del dumping internazionale di beni usati provenienti da imprese sociali di paesi più ricchi del nostro, che si possono permettere di svendere o regalare le merci perché la loro sussistenza non dipende dal mercato ma da finanziamenti pubblici e schemi di responsabilità estesa del produttore (extended producer responsability – EPR); modello, quest’ultimo, promosso dal network internazionale dell’usato “RREUSE”, che Occhio del Riciclone ha definito measuring oriented perché caratterizzato da flussi di processo che non sono disegnati in funzione dell’efficacia di mercato ma, soprattutto, per fornire ai finanziatori evidenza dei risultati ambientali e sociali; tale modello è fonte d’ispirazione anche per enti italiani dell’economia sociale. Insomma, senza cadere nel facile errore di considerare il mercato la panacea di tutti i mali, rimane comunque utile non soffocarne quanto meno le dinamiche che indirizzano i flussi verso gestioni efficienti e non parassitarie. Evitando al contempo che il ricorso ai principi solidaristici, giusti in sé, possa servire solo a giustificare inazione e inefficienze, col paradosso di mettere in azione, a conti fatti, modelli poco sostenibili.

In sostanza, lasciando alla preparazione al riutilizzo solo i beni di scarso valore, si rischia di azzoppare questo segmento sin dall’inizio, impedendogli di generare una sua agilità economica. Anche rispetto al riuso serve lavorare meglio sull’offerta, come si diceva, partendo dalla presa d’atto che quest’ultima incontra efficacemente la domanda solo grazie a determinati valori aggregati, puntando su una dimensione allargata, che anche il commercio elettronico può alimentare. Non è sufficiente lo snodo del centro di raccolta comunale a far sì che un bene usato di cui qualcuno si è voluto disfare incontri un nuovo consumatore pronto ad allungarne la vita; se così fosse, non esisterebbero filiere di abiti usati che a partire da intercettazioni locali mettono in campo logistiche complesse, che includono lunghi trasporti verso impianti di selezione e articolatissimi canali di distribuzione dove le qualità merceologiche vengono suddivise per tipo di mercato. Diventa pertanto fondamentale integrare il riuso con la preparazione al riuso e il riciclo, facendo in modo che i tre flussi non siano in contrasto ma si integrino e si sorreggano a vicenda. Come per esempio consentendo e incentivando sin nei centri del riuso le attività di preparazione al riutilizzo o di deposito temporaneo destinato alla preparazione per il riutilizzo, attivando le economie di scala e di densità adatte al contesto al fine di costruire la catene del valore, e favorendo lo sviluppo dell’impiantistica intermedia adeguata per il raggiungimento del massimo recupero. Senza dimenticare che le dovute operazioni di selezione dovranno sempre garantire l’allungamento della filiera fino al recupero di materia (e solo in subordine al recupero di energia) per tutti quei beni che non si possono riusare né riparare/rigenerare. Allungamento che deve comprendere anche l’avvio al riciclo per ciò che non è riutilizzabile/riparabile in un’ottica circolare di razionalizzazione delle risorse e di minimizzazione degli impatti. In estrema sintesi, se da una parte serve che i flussi destinati al riuso si integrino con quelli per la preparazione, evitando di depauperare questi del valore potenziale esistente nei flussi assorbiti nel riuso, dall’altra serve curare con la stessa importanza la catene del riciclo, che è poi quella che serve mettere in piedi quasi da zero per quei flussi che vi arrivano dopo essere passati dal riuso/preparazione per il riutilizzo. Il mercato da solo non basta, soprattutto quando si parla di rifiuti o di quasi-rifiuti. Servono buone policy e visione d’insieme.

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fonte: Lotron

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