Il gran rompicapo degli indumenti usati – a cura di Leotron

Il settore dei rifiuti tessili vive un vero e proprio terremoto provocato dall’eccezionale convergenza di eventi economici e normativi. Alla fase di disarticolazione già incipiente dovrà subentrare una fase di ricomposizione.

Pietro Luppi, Direttore Centro di Ricerca Occhio del Riciclone

Gli abiti usati sono senza dubbio l’avanguardia di ciò che diventerà il settore della preparazione per il riutilizzo nel prossimo futuro. Classificati come rifiuti urbani tessili nelle categorie 200110 e 200111, vengono raccolti in contenitori stradali, trasportati a impianti di trattamento e selezionati e igienizzati; da lì la frazione riusabile, che è preponderante, viene distribuita alle filiere dell’usato nazionali e internazionali; quella riciclabile a industrie che ormai non si trovano quasi più a Prato ma soprattutto in India e Pakistan, e la frazione residuale è destinata ai canali di smaltimento dei rifiuti speciali. Quando la preparazione per il riutilizzo prenderà piede, vedremo filiere altrettanto articolate anche per i mobili, l’oggettistica e le altre frazioni di beni durevoli che oggi vengono conferite nei rifiuti urbani. Ma il settore abiti usati, nonostante abbia molto da insegnare, è pieno di problemi che non sono ancora stati sciolti. E in questa fase vive un vero e proprio terremoto provocato dall’eccezionale convergenza di eventi economici e normativi.

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Iniziamo enumerando i fattori economici:

  • Il prezzo internazionale degli abiti usati negli ultimi 3 anni è crollato a causa di una serie di circostanze, quali l’aumento dell’offerta data dalla messa in circolazione di stock sempre più ingenti di abiti usati coreani e cinesi e la diminuzione della domanda data sia dalle moratorie o barriere all’importazione di un numero crescente di paesi africani che, probabilmente, dal maggior rigore con il quale la Cina impedisce l’ingresso di abiti usati di contrabbando;
  • La qualità dell’”originale”, ossia del rifiuto tessile tale e quale raccolto nei contenitori stradali, è scesa in picchiata a causa dell’affermarsi della “fast fashion”, in virtù della quale i consumatori comprano più vestiti e li buttano più frequentemente; ma tali vestiti sono difficili da riutilizzare e anche da riciclare, quindi rappresentano un costo per chi raccoglie ma non sono valorizzabili;
  • A fronte di un’”originale” decisamente più povero, aumenta la quota da smaltire; ma i prezzi dello smaltimento dei rifiuti speciali sono saliti alle stelle, aumentando in alcune zone di oltre il 30% rispetto ai prezzi di 5 anni fa;
  • Chi affida il servizio di raccolta rifiuti tessili, ossia le aziende di igiene urbana che lavorano per i Comuni, è abituato a un settore dove chi raccoglie lo fa volentieri gratis perché poi può vendere a buon prezzo la frazione riutilizzabile dell’originale. Quindi, nella logica del “piatto ricco mi ci ficco”, si è affermata la tendenza di pretendere somme di denaro dai raccoglitori in cambio dell’affidamento, facendo addirittura gare al massimo rialzo dove chi offre di più si aggiudica il servizio.

Più costi e meno ricavi nel settore degli abiti usati

Ovviamente la concomitanza di questi fattori, il cui effetto congiunto può essere riassunto in “molti più costi e molti meno ricavi”, sta rompendo i punti di equilibri mettendo la maggioranza degli operatori in grave difficoltà. La crisi di alcuni di essi riguarda aspetti non solo economici ma anche di identità e di immagine; ad esempio quegli operatori che un tempo riuscivano a donare sostanziosi “quid” a progetti sociali meritandosi in questo modo l’appellativo di “solidali” in questo ambito non riescono più a offrire quasi nulla; al contrario, sono indotti dalla necessità di sopravvivenza a cedere quote crescenti di vestiti usati a filiere indiane e pakistane molto poco etiche dove i vestiti di scarso valore sono gestiti redditivamente solo grazie a lavoro minorile, commercio al nero e crimini ambientali sistematici.

Sul fronte normativo, gli input al settore non sono meno dirompenti:

  • La legge 116/2020, recependo il pacchetto sull’economia circolare, rende obbligatoria la raccolta differenziata di rifiuti tessili entro il primo gennaio 2022; l’obbligo vige anche per gli altri paesi europei, anche se ognuno lo implementerà con tempistiche diverse, e ciò probabilmente si tradurrà non solo in una moltiplicazione dei territori coinvolti dalle raccolte ma anche in un aumento delle quantità di tessile conferite nei contenitori stradali già attivi. In poche parole aumenteranno ancora di più i flussi, cioè l’offerta, e l’ovvio effetto di mercato sarà un ulteriore caduta dei prezzi dei vestiti usati;
  • La nascita, in un futuro non troppo lontano, di specifici regimi di Responsabilità Estesa del Produttore, obbligherà chi produce e distribuisce i vestiti nuovi a garantire la sussistenza delle filiere del recupero del rifiuto tessile, e ciò potrebbe salvare il settore. Ma in realtà potrebbe anche affossarlo definitivamente dato che i produttori, se lo desiderano, avranno la possibilità di organizzare, e non solo finanziare, il recupero dei rifiuti, e il loro intervento organizzativo potrebbe sfavorire le filiere già esistenti. Per raggiungere il massimo recupero occorre infatti preservare un “valore globale” dell’originale che consente a chi lo gestisce di mantenere certi equilibri tra costi e ricavi. Se i produttori pensassero di assolvere i loro doveri di Responsabilità Estesa rottamando gli abiti mediante reverse logistic e canali propri, il rischio è che si accaparrino le migliori qualità rovinando il “valore globale” dell’originale e lasciando senza possibilità di sussistenza gli operatori che oggi, grazie a un precarissimo equilibrio, riescono ancora a gestire schemi operativi e commerciali il cui effetto è il massimo recupero;
  • Le Linee Guida di Utilitalia sull’Affidamento dei Servizi di gestione dei Rifiuti Tessili non hanno valore normativo in loro stesse ma rappresentano un’importantissima linea d’indirizzo che potrebbe influenzare il funzionamento dell’intera filiera. Offrono infatti concreti strumenti per rendere più trasparenti le filiere inibendo i fenomeni, purtroppo frequenti, di infiltrazione criminale, commercio al nero e delitti ambientali e, allo stesso tempo, introducono criteri contro l’ingannevolezza dell’argomento solidale (che ha luogo, ad esempio, quando viene falsificato il numero dei soggetti svantaggiati coinvolti nelle raccolte o vengono dichiarate cifre destinate a solidarietà basate su calcoli di “valorizzazione solidale” degli abiti usati che non stanno né in cielo né in terra). Le Linee Guida potrebbero generare un settore migliore: ma nella misura in cui oggi esso è marcio, potrebbe reagire a ogni nuova prescrizione mandando le gare deserte.

Il terremoto che abbiamo velocemente descritto non riguarderà solo gli addetti del settore rifiuti, ma una gamma molto più ampia di operatori. La raccolta dei rifiuti tessili non è infatti che il primo anello di una catena che garantisce migliaia di posti di lavoro tra mercati e posti ambulanti. Inoltre le sue fluttuazioni, cambiando la quantità di vestiti usati in circolazione, creano inevitabili conseguenze di mercato anche sugli operatori che gestiscono abiti usati senza avere legami diretti con la raccolta dei rifiuti tessili (come ad esempio i negozianti dell’usato conto terzi, che si approvvigionano direttamente dai privati).

A ragionare sul gran rompicapo degli indumenti usati oggi sono in tanti, animati da interessi diversi e talvolta opposti. Ciò che è assolutamente certo è che alla fase di disarticolazione già incipiente dovrà subentrare una fase di ricomposizione. Il nuovo volto del settore dipenderà, soprattutto, dalla qualità dei ragionamenti messi in campo e dalla lungimiranza dei decisori.

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