Centri di Riuso: una definizione incerta – a cura di Leotron

Il fenomeno dei centri di riuso è particolarmente nebuloso. Non esistendo ancora una vera e propria definizione di legge è molto difficile distinguerli da altre attività presenti sul territorio. Ma nonostante la loro forma non sia ancora chiara, il ruolo che svolgono non è certo da sottovalutare. Cosa si può fare per renderli totalmente regolari e integrati al sistema? Un’analisi di Eleonora Truzzi

Il fenomeno dei centri di riuso è particolarmente nebuloso, vengono infatti considerati tali quegli spazi in cui una persona può portare gli oggetti che non utilizza più per far sì che possano essere usati da altri, regalandogli una seconda vita. Nonostante i centri di riuso siano spesso oggetto di specifiche politiche nei Piani Regionali di Gestione Rifiuti, per loro non esiste ancora una vera e propria definizione di legge e ciò rende molto difficile distinguerli da altre attività presenti sul territorio. Non è infatti possibile capire in quale modo i centri di riuso si differenzino da un tradizionale punto vendita dell’usato, nel caso in cui avvenga una transazione economica, oppure da un centro Caritas nel momento in cui la donazione è gratuita.

Per questa ragione l’analisi sui centri di riuso compiuta dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) all’interno della “Prima indagine conoscitiva sulle misure di prevenzione della produzione dei rifiuti urbani adottate dai comuni”, non può basarsi su dati solidi.

Come consuetudine si tende a identificare come centro di riuso un luogo adiacente a un centro di raccolta comunale dove vengono intercettati e distribuiti beni usati per evitare che diventino precocemente rifiuti. Da un censimento realizzato recentemente dal Centro di Ricerca Rifiuti Zero, risulta che oltre il 50% dei centri di riuso non cede i beni gratuitamente ma neanche li vende formalmente. I beni vengono ceduti in cambio di una contropartita economica definita “offerta libera” che, nella pratica, sembra essere commercio al nero. Un fenomeno che il Presidente della Commissione Ecomafie Stefano Vignaroli ha denunciato pubblicamente lo scorso giugno sottolineando che, finché le sue dimensioni rimangono microscopiche, probabilmente non produce effetti negativi. Ma se la prassi di cessione dei beni non cambia, lo scenario potrebbe diventare disastroso in un prossimo futuro: la proliferazione di centri di riuso genererebbe infatti ingenti flussi di economia sommersa agganciati a beni sottratti da conferimento rifiuti, e ciò incentiverebbe le organizzazioni criminali a creare meccanismi di accaparramento e gestione illecita simili a quelli che si sono strutturati con gli abiti usati

Stando così la situazione, com’è possibile rendere i centri di riuso totalmente regolari e integrati al sistema? Nonostante la loro forma non sia stata ancora definita del tutto, il loro ruolo non è certo da sottovalutare, perché normalmente sono ubicati in adiacenza dei centri di raccolta comunali, che sono il principale snodo attraverso il quale transitano le 600.000 tonnellate di beni durevoli potenzialmente preparabili al riutilizzo. Ma la preparazione per il riutilizzo, al contrario dei centri di riuso, è vincolata alla normativa sui rifiuti e potrebbe avere un forte svantaggio competitivo verso un’opzione più semplice e, fino ad oggi, caratterizzata da informalità e spontaneismo. I centri di riuso, nel concreto, rischiano di sottrarre agli impianti di preparazione per il riutilizzo tutti i beni maggiormente valorizzabili rendendone impossibile la sostenibilità economica.

Innanzitutto occorre prendere atto che riutilizzo, preparazione per il riutilizzo e riciclo sono filiere che, per loro natura, dovrebbero funzionare in forma integrata, non contrastandosi o sovrapponendosi ma sorreggendosi reciprocamente per far sì che tutto il sistema funzioni in modo ottimale.

Occhio del Riciclone Contarina, all’interno del loro Modello di Massimizzazione del Riutilizzo, hanno proposto soluzioni per inglobare i centri di riuso nel sistema evitando emorragie di beni verso canali di illegalità. Si tratta di un approccio integrato fondato sul riconoscimento delle Economie del Riutilizzo esistenti e sulla sinergia tra gli Operatori dell’Usato, gli Enti di Governo d’Ambito, le Amministrazioni locali e i Soggetti Gestori per la raccolta dei rifiuti; il modello è basato su 13 interventi tra cui anche la massimizzazione della preparazione per il riutilizzo di rifiuti e la prevenzione di eventuali illeciti.

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fonte: Leotron

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