Riuso delle acque depurate in agricoltura: una scelta indifferibile di Ref ricerche

E’ stato pubblicato recentemente lo studio Riuso delle acque depurate in agricoltura: una scelta indifferibile a cura di Ref ricerche. Il riuso delle acque reflue può assicurare benefici ambientali, economici e sociali, che maturano non solo a favore degli utilizzatori finali, ma anche della collettività e degli ecosistemi naturali. L’Italia è tra i Paesi che potrebbero trarre i maggiori benefici dal riutilizzo, e le tecnologie di depurazione applicabili sono mature”. Ad oggi, in Italia su oltre 3.300.000 ettari irrigati, le acque depurate sono utilizzate solo a servizio di 15.000 ettari circa, oltre la metà dei quali in Emilia-Romagna.

Il potenziale effettivo di riutilizzo delle acque reflue dipende “dalla dotazione e dallo stato impiantistico depurativo (presenza, tipologia di trattamento e capacità degli impianti), dalla necessità di ulteriori trattamenti propedeutici al riutilizzo in relazione al fabbisogno delle colture irrigate, dai fabbisogni idrici industriali e agricoli nelle vicinanze degli impianti di depurazione e dalla presenza di adeguate reti di distribuzione, consorzi irrigui e distretti industriali con cui stipulare accordi per il conferimento delle acque.

Oltre alla questione ambientale, c’è quindi quella economico. Viene spiegato infatti che “non indifferente risulta il tema dei costi medi per il riutilizzo rispetto a quelli di emungimento della risorsa, la ripartizione dei costi tra i soggetti coinvolti nei progetti di riutilizzo, la possibile necessità di prevedere incentivi a livello nazionale e l’accesso a risorse finanziarie comunitarie per sviluppare i progetti di riutilizzo”. Per questo, ai fini di stimare “l’effettivo potenziale del riutilizzo servirebbe quindi una base dati di partenza aggiornata e completa e valutazioni specifiche regione per regione”. Ad oggi però due esempi li abbiamo, e riguardano  la regione Sardegna e Sicilia, “identificando un potenziale di copertura dei fabbisogni irrigui e industriali del 31% nel primo caso e del 19% nel secondo.

A parere dei ricercatori, si tratta di una fonte di approvvigionamento non semplicemente alternativa, ma integrativa, coerente con i principi dell’economia circolare applicati alla gestione delle risorse idriche”. Inoltre “permette di ridurre la pressione dei prelievi sulla risorsa superficiale e sotterranea, consente di disporre di quantitativi d’acqua meno legati alle variazioni climatiche garantendo una fornitura più continuativa, contribuisce a mitigare i conflitti tra i diversi usi, e ad attenuare effetti avversi dell’inquinamento dei corpi idrici e dei suoli”.

La ricerca termina con una riflessione che contiene anche una possibile strada da percorrere: “un pieno sviluppo del riuso passa anche dall’implementazione di schemi di prezzo incentivanti che veicolino adeguati segnali agli utilizzatori, agricoltori e industria. Laddove i costi delle infrastrutture da realizzare dovessero essere posti integralmente a carico degli utilizzatori si porrebbero questioni di sostenibilità della tariffa per questi ultimi, scoraggiando di fatto il riuso. Al contempo, anche l’opzione di coprire gli investimenti tramite la tariffa del SII non è esente da profili di iniquità e insostenibilità della stessa. La disponibilità di contributi pubblici rinvenienti dai programmi comunitari recentemente approvati, quali il Recovery fund europeo, può fungere da innesco, sostenendo i costi per la realizzazione degli impianti necessari”.

Lo studio è disponibile qui

Fonte: Ref ricerche

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