Ripensare il modo in cui progettiamo e governiamo le città, mettendo clima, natura e vulnerabilità sociale al centro delle decisioni urbanistiche. È questa, in sintesi, la prospettiva indicata da Giuseppe De Luca nell’intervista realizzata da ARPA Toscana e dedicata all’adattamento delle città toscane al cambiamento climatico.

Secondo l’urbanista, l’adattamento non può essere affrontato come un insieme di soluzioni tecniche o di interventi affidati a singole competenze specialistiche. Alberi, pavimentazioni drenanti, materiali innovativi e altre tecnologie possono essere utili, ma devono essere inseriti in una visione urbanistica complessiva, capace di considerare la città come un sistema unitario.

Tra le priorità per intervenire sui quartieri esistenti De Luca individua suolo, ombra e continuità ecologica. Restituire permeabilità al suolo significa aumentare la capacità della città di assorbire e trattenere l’acqua e ridurre l’accumulo di calore. L’ombra, attraverso alberature, porticati e altri dispositivi, dovrebbe accompagnare soprattutto i percorsi pedonali, le scuole, le fermate del trasporto pubblico, le piazze e gli spazi frequentati dalle persone più vulnerabili. Il verde, infine, dovrebbe essere concepito come una rete ecologica continua e non come una somma di singoli interventi.

Una particolare attenzione riguarda il consumo di suolo. Prima di nuove espansioni, sottolinea De Luca, la priorità dovrebbe essere la trasformazione della città esistente. Quando una nuova urbanizzazione risulti necessaria, la progettazione dovrebbe partire dalla struttura ecologica e climatica – acqua, suolo, vegetazione, corridoi ecologici, ventilazione e mobilità sostenibile – e solo successivamente collocare gli edifici.

Anche la depavimentazione può contribuire all’adattamento, soprattutto in aree caratterizzate da un’eccessiva presenza di superfici impermeabili, come grandi parcheggi, piazzali, aree produttive dismesse e cortili scolastici. L’obiettivo, tuttavia, non è semplicemente eliminare l’asfalto, ma individuare dove sia possibile restituire al suolo funzioni climatiche senza compromettere accessibilità, mobilità, fruizione degli spazi e tutela del patrimonio storico.

Lo stesso principio vale per la forestazione urbana. Più alberi possono contribuire a ridurre le temperature, ma non significa che debbano essere collocati indistintamente in ogni spazio urbano. Nei centri storici toscani la vegetazione deve confrontarsi con la struttura urbana, le visuali e il patrimonio paesaggistico. L’obiettivo diventa quindi una progettazione ecologica della città, che coinvolga anche giardini privati, strade, parcheggi, cortili, scuole, periferie e aree lungo i corsi d’acqua.

Proprio i fiumi possono assumere un ruolo strategico. Arno, Bisenzio, Ombrone e Serchio, nel rispetto della prioritaria sicurezza idraulica, possono diventare vere e proprie infrastrutture climatiche, mettendo in relazione vegetazione, percorsi pedonali e ciclabili, spazi pubblici e aree di sosta. I corsi d’acqua possono inoltre svolgere una funzione di corridoi di ventilazione, da considerare nella progettazione delle trasformazioni urbane.

Per De Luca, l’adattamento richiede infine una governance cooperativa. Le amministrazioni devono mantenere la regia e definire obiettivi e regole, ma la trasformazione della città coinvolge anche cittadini, scuole, università, imprese e proprietari. Sperimentazione, monitoraggio e partecipazione possono contribuire a trasformare gli interventi più efficaci in politiche permanenti.

In questa prospettiva, l’adattamento climatico diventa anche una questione di giustizia spaziale, perché gli effetti del cambiamento climatico non colpiscono tutti allo stesso modo. Anziani, bambini, persone con redditi più bassi e chi vive in abitazioni poco efficienti o in quartieri con poco verde possono essere maggiormente esposti.

La direzione indicata dall’urbanista è quindi quella di una città meno impermeabile, più ombreggiata, più biodiversa, più capace di convivere con l’acqua e più equa.

Fonte: SNPA