Nei prossimi 5 anni il mercato dei vestiti usati negli Stati Uniti potrebbe addirittura raddoppiare. A dare impulso a questa incredibile crescita saranno il settore online e le iniziative della grande distribuzione organizzata. 

Di Pietro Luppi

Negli Stati Uniti il riutilizzo di abiti usati sembra destinato ad aumentare considerevolmente. Lo affermano GlobalData Retail, ThredUp e anche il Financial Times, che lo scorso febbraio ha pubblicato su questo argomento un articolo a pagina intera. Tradizionalmente restio nell’imporre obiettivi ambientali specifici agli Stati membri, a novembre 2021 il governo statunitense ha promulgato una strategia nazionale (“National Recycling Strategy”) che mira, per la prima volta, a costruire un vero e proprio sistema di economia circolare fondato su riuso e riciclo dei prodotti. Ma sul fronte del riutilizzo degli indumenti in questi anni il settore privato non è di certo rimasto con le mani in mano. La EPA (Environmental Protection Agency) ha dichiarato che i rifiuti tessili urbani generati nel paese ammontano a ben 17 milioni di tonnellate annue, delle quali circa il 14% (2,5 milioni di tonnellate) viene raccolto in modo differenziato. Di questa quota, il 45% viene destinato a canali di riutilizzo, e questi ultimi sono prevalentemente esteri. Gli Stati Uniti sono, infatti, il primo esportatore mondiale di abiti usati, con un fatturato annuo per le esportazioni che si aggira attorno ai 600 milioni di dollari (quasi il sestuplo di quanto esporta l’Italia). I registri dell’Observatory of Economic Complexity mostrano che i principali mercati di destinazione di questo enorme flusso sono il Centroamerica, il Cile, l’India, il Pakistan, e paesi dell’Europa orientale come l’Ucraina e la Polonia.

Ciò non significa che il mercato interno non sia ricettivo. Stimolati anche dalla possibilità di dedurre le donazioni dalle tasse, gli statunitensi consegnano tradizionalmente i loro abiti usati alle migliaia di “charity shop” diffusi in tutto il paese. La catena di charity shop più popolare è senza alcun dubbio Goodwill, che conta su ben 3200 punti vendita. Nei suoi negozi retail i vestiti rimangono in esposizione per quattro settimane a prezzo pieno prima di essere destinati agli outlet della catena dove vengono venduti a 99 cent per pound (un pound equivale a 0,45 kg). I vestiti che non riescono a essere venduti nemmeno con la formula outlet vengono proposti al prezzo di 35 dollari in grossi bidoni dei quali non è concesso vedere il contenuto, oppure destinati a canali esteri dove vengono riciclati o venduti sulle bancarelle. Un’altra esperienza significativa è Buffalo Exchange, che conta con 45 negozi distribuiti in 19 stati del paese e acquisisce vestiti usati a pagamento: chi consegna i propri vestiti in questi negozi riceve in cambio tra il 25% e il 50% del loro prezzo di vendita. Ma a quanto sembra, a guidare l’annunciato boom del mercato interno del riutilizzo sono le grandi corporation che, esattamente come in Europa, iniziano ad entrare a gamba tesa nel settore del second hand. La prestigiosa rivista Forbes riferisce che il gigante del retail Walmart ha stabilito un partenariato con la piattaforma online ThredUp, specializzata in vendita di abiti usati. Chi compra vestiti usati su ThredUp si beneficia del “free shipping” concesso da Walmart ai propri clienti e può restituire i vestiti presso uno qualsiasi dei punti vendita della grande catena. ThredUp ha stabilito alleanze analoghe con altri player del retail tra i quali Gap e Macy’s. Secondo Forbes questa maxi-operazione punta a conquistare il mercato di massa delle fasce socio-economiche più basse, dato che i tradizionali store dell’usato sono sempre più frequentati da persone di classe media in cerca di capi vintage e pezzi rari.

ThredUp, che pubblica annualmente un report sull’andamento dell’economia degli abiti usati, prevede che nei prossimi 5 anni il mercato degli abiti usati statunitensi potrebbe addirittura raddoppiare. Nel 2020 cinquantatré milioni di statunitensi hanno venduto i loro abiti usati presso piattaforme online o negozi dell’usato, e per trentatré milioni di loro era la prima volta. Se questo trend si mantenesse immutato, entro il 2026 i venditori potrebbero diventare 108 milioni e la quota di mercato nazionale coperta dal second hand potrebbe superare abbondantemente quella del fast fashion.

Per approfondimenti visitare:

https://www.thredup.com/resale/#transforming-closets

https://www.ft.com/content/2a318727-8047-4dca-972e-dba9cfb4229e

https://www.forbes.com/sites/korihale/2020/06/01/walmart-taps-into-32-billion-second-hand-clothing-market/?sh=662836811fa9

https://www.epa.gov/facts-and-figures-about-materials-waste-and-recycling/textiles-material-specific-data

https://www.thebalancesmb.com/textile-recycling-facts-and-figures-2878122

https://www.greenamerica.org/unraveling-fashion-industry/what-really-happens-unwanted-clothes

https://oec.world/en/profile/hs92/used-clothing

L’articolo è disponibile qui.

Fonte: Leotron